Well, show me the way
To the next whiskey bar
Oh, don't ask why
Oh, don't ask why
Alabama song - The Doors
Slegarsi dal contesto, distorcersi, scomparire. Uscire dal loop, prima che sia troppo tardi.
Una sera come tante, o forse con più alcool in corpo; una sera come tante, l'ultima della mia vecchia vita.
C'è la realtà, da una parte.E dall'altra c'è la paranoica rincorsa all'immaginario, al falso che diventa vero perchè pensato e sentito; ci sono le emozioni, ponte tra vero e falso, che si accumulano impietosamente.
Gli stessi luoghi, gli stessi nomi.
Il tempo cambia, solo in apparenza. E' uno scorrere fittizzio, fatto di emozioni sempre uguali, discorsi identici a quelli precedenti, paure, insicurezze, debolezze; ed è un fluire lento, perchè è costretto a replicarsi entro gli stessi abusati schemi: stessi luoghi, stessi nomi.
Guardare sempre, ostinatamente , il mondo secondo una lente rifrangente, che spezzetta la realtà in singoli sprazzi di falsa luce.
Masticare queste immagini, vederle ritornare a intervalli, non poterle modificare ma cercare costantemente di chiudere le palpebre, e non riuscirci.
Schizofrenia dei luoghi, dei pensieri, delle parole.
E lo diventano anche le persone, ai tuoi occhi. L'uno e l'altro che si scontrano, che si sfidano sapendo di non poterne uscire che entrambi sconfitti.
L'essere qualcosa, e l'apparire un istante dopo completamente diverso, negli occhi di chi ti siede al fianco.
Spezzare, recidere quello che si è cercato fino a poco prima di accrescere, con un singhiozzo represso, ma i muscoli tesi. Cambiare volto, mettersi un trucco pesante, lasciar montare l'instabile, invertire mostruosamente lo scorrere delle emozioni per scagliarle contro l'altro. Tutto già successo, tutto che riappare.
Devo fuggire per questo, fuggire dalla ruota che mi schiaccia, a intervalli regolari, contro il suolo.
E' facile, quando lo si è imparato. Lasciare un pessimo ricordo, uno di quelli che si affievolisce in fretta, una brace mezza nascosta dalla sabbia; il tempo, quello degli altri, torna a scorrere, e i rimasugli della mia immagine possono essere dimenticati.
Il nostro è un mondo di apparenze. Facile dirlo, ricorrendo a discorsi abusati, pensando a chi è peggio di noi. Ma è un mondo di apparenze per tutti, per chi se ne compiace e per chi, ipocritamente, cerca di rifiutarlo.
Ma non è un rifiuto convinto, è più che altro uno schermarsi per poter giustificare i successivi tentennamenti, e quindi la decisione di essere, una volta ancora, legati all'esteriorità.
Conta a poco, certo, dire quello che è importante per me. D'altronde mi confuto spesso, ritorno sui miei passi per poter rivedere pensieri e punti di vista, sbugiardo in un punto successivo quello che sostenevo fino al giorno prima.
Non mi considero una persona per intero, insomma. Mi vedo più come un delirante accumulo di insicurezze, rabbie e frustrazioni. La mia vita, fino a questo segno, è stata questo. Non tutta la mia vita, ma solo quella dedicata alla ricerca dell'altro.
Il mondo ti appare perfetto, quando ti vedi e ti percepisci sbagliato, fuori luogo, inetto.
Le persone appaiono perfette, esaltate nelle loro sublimazioni, frutto al tempo stesso della mia mente e delle loro azioni difficilmente interpretate.
Le persone vivono, si incontrano, si perdono. Si considerano, semplicemente, l'un l'altro.
Si sentono inserite in mondi che comunicano, e vanno l'uno incontro all'altro perchè è così che deve essere, è questo quello che deve accadere.
Ci si scopre, ci si reinventa e si cerca costantemente la novità , il motivo per appassionarsi all'altro, per non incorrere nel vuoto che minaccia sempre di inghiottirci.
Viviamo esistenze al limite, portate lì dalla nostra voglia di azione, ce ne assumiamo i rischi e coraggiosi volgiamo il viso alle sofferenze, tutto unito in un circolo che si autoalimenta, e che appare perfetto, nella sua semplicità.
Sì, la realtà è questa, grossomodo. Ne posso parlare non per una conoscenza diretta, ma solo perchè ho la capacità di osservare attraverso il non detto, l'inespresso, il nascosto. Quella che è la vita degli altri non è la mia vita, quello che è lo scorrere di tutti non è il mio scorrere.
Tutto avanza, si evolve al di fuori di me. Io al contrario, sono sempre rimasto atterrito dagli stessi spettri, che appaiono di volta in volta con vestiti diversi, apparenze differenti, incongruenze solo superficiali. Mi conoscono, questi mostri della mia mente, e il destino si diverte a farli apparire insieme, nello stesso luogo, passato e presente, solo per poter dire:
- “ Siamo ancora qui.” -
A cosa serve l'esaltazione dell'altro, se non porta a null'altro che una sublimazione che non corrisponderà mai a prova concreta, ma che tuttalpiù verrà avviluppata nella patetica comunanza intellettiva?
E attendere, aspettare che qualcosa, inaspettatamente, cambi, non è profondamente patetico?
L'uomo dev'essere artefice della sua fortuna, e credo di averlo ignorato per troppo tempo.
Ho ignorato tante cose per troppo tempo.
Ho ignorato di essere poco altro che un simpatico diversivo, incapace di un ruolo di protagonista nella vita di qualcun altro;
ho ignorato quella rabbia, che periodicamente riemergeva, perchè costretta a non accettare ed a non essere accettata, e si faceva strada nell'insoddisfazione, nello scoramento.
Ho ignorato il demone che si agitava nello stomaco, che mi urlava di voler essere differente, voler essere qualcun altro.
E poi, tutto, con tempistica perfetta, tutto si è messo a correre. E io fermo, in cima alla salita, a guardare la vertigine.
Fin quando non scomparirò, non arriverà il passato.





